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sabato 17 aprile 2021

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il mago, la pera e il Bar la Posta

di Marco Celati - mercoledì 24 marzo 2021 ore 23:13

Il Mago

Questo racconto -fa fede la data- è stato scritto e pubblicato tempo fa. Con poche correzioni e aggiunte e qualche emendamento lo ripropongo, perché un luttuoso evento, di cui parlo nel finale, quasi me lo impone. Forse non ci si dovrebbe arrogare il diritto della memoria, quando è un fatto privato. È arbitrario e discutibile farlo perché si invadono i ricordi personali, rievocandone altri, magari taciuti e sconosciuti, che parlano di come eravamo diversi un tempo. E si può portare sollievo, ma anche provocare dolore. Per ognuno di noi la vita è stata altro da allora. Migliore o peggiore, diversa. Tuttavia è più forte di me, chiedo scusa, ma, senza retorica e con commozione, mi sembra di doverlo a chi ho conosciuto ed ora è scomparso. Un contributo personale per quanto superficiale, contro l’oblio di quel tratto di vita leggero che insieme abbiamo percorso.

Perché abbiamo avuto anche una gioventù. E in gioventù, anche amici. Amici e compagni e il primo che dice “di merende” che vada affanculo. Io ho avuto un amico e compagno che era il Mago. Il soprannome non era per qualcosa che avesse a che vedere con la magia, era la semplice stroncatura del cognome. Il padre era soprannominato la Legge, forse perché era un uomo che sentenziava giudizi con l'arguzia affilata, tipica dei componenti il proletariato toscano, cui era iscritto di nascita. E poi perché a quei tempi, nei paesi, tutti avevano un soprannome che li caratterizzava e li tramandava. Anche oggi, in rete, tutti hanno un nickname, ma lasciamo perdere.

Nel dopoguerra la Legge, di manifesta fede comunista, si era impiegato in Comune. Una mattina sedeva, come di consueto, dietro la sua scrivania di usciere, quando un operaio della vetreria dirimpettaia al palazzo comunale, di manifesta fede democristiana, soprannominato Tramoggia -ottima persona- lo apostrofò con un ironico e insinuante: «Va bene alla scrivania, eh? Facile!». La Legge lo guardò, sorrise e rispose: «Avevi a studia' anche te!». Anche l'altro rise e si chetò. Ecco, il Mago nel dna aveva questo: la risposta arguta, pronta come l'intelligenza e il giudizio fine. Non era alto di statura, ma aveva il cuore e l'animo di un grande. Non so, oltre le idee politiche, cosa ci accomunasse, in fondo. Eravamo diversi: lui affabile, naturalmente simpatico, estroverso ed io invece chiuso, malinconico e con un fondo di antipatia naturale, un dono di natura che coltivavo con gusto e dedizione. Lasciamo perdere.

il Bar la Posta

Con il Mago ci diversificavamo anche per l'appartenenza calcistica. Il mitico Bar la Posta, sede ufficiale del nostro tempo libero, vantava allora due squadre amatoriali: il Mago militava nell'A.C.Mezzi, simbolo un fiasco e io giocavo nell'U.S.Sonati, simbolo una campana. Eppure passavamo molto tempo insieme: al Bar e in giro. Chissà cosa lega le persone tra loro, cosa le unisce e perché. Quali affinità si stabiliscono tra esistenze di differente estrazione o provenienza e di opposta indole. Fatto sta che per un periodo della nostra sfuggente giovinezza legammo abbastanza. La sera al Bar la Posta tiravamo tardi con altri amici e conoscenti: a notte alta arrivavano Toppino, la Regia, gente a cui piaceva bere, a cui piaceva tanto bere, a cui piaceva troppo bere. Il Mago aveva una bella voce e intonavano insieme le romanze popolari e un po' di repertorio napoletano, "Reginella", "Luna Rossa", per finire con il cavallo di battaglia, il pezzo forte che tutti insieme cantavamo, anche noi meno intonati: "Il cielo è una coperta ricamata". Più tardi ancora, arrivava il Conte Benci, altro indimenticabile personaggio della "Pontedera da bere" e delle nostre memorie. Voleva che uno di noi si mettesse in porta: la porta era il portone del Comune. Il Conte ci batteva un immaginario rigore con un pallone altrettanto immaginario. Immancabilmente era goal: il rigore era imparabile. E allora: "Brasil! È la grande tecnica!" esclamava.

La luna ci guardava: «Che fai tu luna in ciel?» declamavo. «Vado in culo ai curiosi» mi rispondevano i "palleggiatori" del Bar, d'estate, seduti fuori a veglia. «Com'è pallida e bianca!» e il Mago impietoso: «Per forza, con tutte le nottate che fa!». Il cielo era davvero una coperta ricamata, la luna con le stelle facevano la spia e ci sussurravano che era finalmente ora di andare a dormire e così scivolavamo via, ritirandoci nelle nostre dimore.

Una sera accompagnammo Toppino in macchina a casa, Toppino era una persona timida, aveva un nome bellissimo, si chiamava Celestino, corretto dal volgo in Celeste e con quel soprannome. Quella sera al Circolo Bertelli, a tombola aveva vinto un pollo, sì un pollo vivo! Nel viaggio Celeste ed il Mago cantavano e il pollo intercalava con "coo, coo". Andavano tutti a tempo, pollo compreso. Quei personaggi sono scomparsi, quelle zingarate non si fanno più, quel mondo ormai è venuto a mancare per sempre, ma lasciamo perdere.

Il Mago ed io andammo spesso al mare insieme, durante le vacanze estive: la meta preferita erano le isole dell'Arcipelago toscano: il Giglio, l'Elba, la Capraia. E una volta, con altri amici, persino in Sardegna dove fu con noi anche Enrico Rossi, futuro Sindaco e Presidente della Regione Toscana. Si andava in tenda, prevalentemente a campeggio libero, allora era consentito, talvolta nei campeggi organizzati. Al Giglio ci portò una cinquecento caricata come fossimo profughi e da me mal guidata in un viaggio che, a causa dei colpi di sonno, si rivelò lungo e avventuroso. Ci godemmo la splendida baia del Campese che traversai a nuoto: andata e ritorno. Con i pochi soldi rimasti questionammo se acquistare un souvenir, una maglietta -allora non si chiamavano t-shirt, ma lasciamo perdere- con su scritto "Giglio ship&shop", opzione mia, al tempo ero astemio, oppure un vino dell'isola, opzione del Mago che non era astemio e che prevalse.

All'Elba eravamo accampati su un terrazzamento di ulivi a picco sul mare, dalle parti di punta Sant'Andrea e tra il verde e l'azzurro ammiravamo ogni sera il miracolo del tramonto. Ammiravamo anche la voracità con cui il Mago divorava le cozze, all'ostrica: crude con il limone, ad una velocità doppia della nostra. Aveva studiato chimica a Livorno: la mattina prestissimo alle bancarelle la colazione con pochi soldi era, di terra, panino e lampredotto e, di mare, cozze. Appunto. Era con noi il futuro professor Fiumalbi, detto Cignale e anche lui ne restò ammirato, oltre a condividere, s'intende, la mirabile bellezza del paesaggio.

Sempre con il prof Fiumalbi, in Sardegna, a Capo Caccia -una variante sarda del paradiso terrestre con cascata di acqua dolce sulla scogliera in riva al mare- il Mago si rendeva protagonista di un simpatico siparietto. Il Cignale, ad onta del soprannome, era una persona meticolosa e organizzata: la mattina in tenda si alzava presto, sistemava ogni cosa, preparava il caffè, se avesse potuto lo avrebbe pure raccolto e tostato perché sapeva fare tutto, poi metteva il caffè in tavola. Il Mago, a cui invece piaceva poltrire, puntualmente, approfittando di una sua distrazione, si alzava, glielo beveva e ritornava in branda. Il Mago era il Mago, naturalmente, ma lasciamo perdere.

In Capraia al campeggio una sera ci mancò il sale, io avrei mangiato sciocco, figurarsi se chiedevo qualcosa ad estranei. Il Mago che non era un adone, ma era simpatico ed intraprendente, andò presso la tenda di due ragazze, accampate sotto di noi e se lo fece dare. Erano due milanesi e la mattina dopo andammo al mare con loro, presso una piccola cala lungo la scogliera «sotto un rivolo di acqua sorgiva»,così dissero le longobarde. In effetti la scogliera meritava e forse anche le milanesi, non l'abbiamo mai saputo -almeno non io- e pure il rivolo c'era. Però a me faceva strano sia quel rivolo, sia che a Milano s'intendessero di rivoli d'acqua a picco sul mare dell'Arcipelago toscano. Così mi arrampicai, scoprendo l'arcano: non era acqua sorgiva, trattavasi di canaletta di scolo di una bella villa signorile, se non abusiva, anch'essa a picco sul mare, purtroppo esattamente sovrastante quell'idilliaca caletta. Insomma tra tutti i posti meravigliosi e salubri della Capraia eravamo finiti a fare il bagno nelle acque di scolo! Non ci volli più tornare, le milanesi si sdegnarono, ricomprammo il sale e il Mago disse «accidenti a te», ma lasciamo perdere.

Il mare era splendido e grande e sopportava ben altro che il rivolo di scolo. Sopportava gli uomini e i loro rifiuti che venivano scaricati dall'alto, lontano, dove non c'era più niente, in una cala oltre quella dei nudisti che frequentammo, vergognosi e scomodi: gli uomini non facciano mai un tuffo di testa da una certa altezza senza costume! Da restar senza fiato! È un effetto della forza di gravità che agisce sui testicoli nell'impatto con la superficie marina. Venivano ammassati -i rifiuti, non i nudisti i quali si ammassavano da sé, nel senso che stavano in piedi, al sole, sui massi a picco della ripida cala, come un popolo primitivo- e il mare se li portava via, li smaltiva. Sempre detto, beninteso, dei rifiuti, non dei nudisti.

Vedevamo i carcerati che stavano nel penitenziario sull'isola, li portavano con delle camionette al lavoro. Andavamo a pranzo in un piccola trattoria a metà salita, ricordo ancora il tormentone del titolare e unico cameriere «e di contorno cosa ci facciamo: due ricchi pomidori?».

La Pera

Ma il Mago non era il Mago senza la Pera. La Pera si chiamava così non perché avesse una predisposizione particolare per quel frutto o, non sia mai, qualcosa a che fare con dipendenze da sostanze stupefacenti: l'unico vizio che aveva era il sigaro toscano. Anche per lui il soprannome era una semplice storpiatura del cognome. Però stupefacente lo era davvero. Era una persone sensibile e colta, più di quanto faceva apparire. Figlio di contadini marchigiani venuti in Toscana nel dopoguerra in seguito agli incentivi del piano Fanfani, aveva studiato chimica con il Mago e in seguito conseguito la laurea in biologia che insegnerà alle superiori. Ma aveva delle uscite a dir poco sorprendenti: una fusione mirabile della ruvida scorza marchigiana e del brusco sfottò toscano. Ecco due esempi leggendari, riferiti dal Mago e confermati dal popolo del Bar La Posta.

Un bel giorno una ragazza in vena di confidenze, timidamente gli rivelò: «Sai, purtroppo, la mia mamma è stata una ragazza madre e mio padre non l'ho mai conosciuto». La Pera, la guardò, speò con il toscano e quando tirava la boccata di sigaro diveniva pericolosamente sentenzioso: «Ah, ho capito» disse «veniva dal mare!». Non è dato sapere quanto l'afflitta fanciulla avesse apprezzato quel riferimento cultural canoro ad una celebre canzone di Lucio Dalla, del resto in voga proprio in quegli anni, ma pare, dicono, che proprio bene non ci sia rimasta.

Un secondo salace aneddoto ci narra di quando un'altra giovane rappresentante del gentil sesso, che chissà come e perché il Nostro frequentava, gli rivelò la sua data di nascita. Forse si aspettava che la mettesse in memoria per un regalo di compleanno o così, tanto per parlare. Non si sa mai cosa dire tra uomini e donne, figurarsi tra ragazzi e ragazze, ma lasciamo perdere. La Pera, a quell'annuncio, al solito speò, elaborò un pensiero ed un calcolo a ritroso e chiese: «Allora sei stata concepita nel mese di aprile?». Al che, anche l'ignara giovine fece un conto a rovescio e, arrossendo, annuì. E la Pera: «Quand'entrano in caldo le ciu'e!» precisò. E anche se effettivamente a primavera la natura fiorisce, la relazione, se di questo si fosse anche trattato, fatalmente s'interruppe. Chissà come mai?! Lo faceva apposta.

Il Mago & la Pera

Il Mago e la Pera insieme erano una ditta, una specie di coppia di fatto, un dono della natura. Alla fine di un viaggio che facemmo insieme -con il Vitt alla guida- sulla strada del ritorno eravamo incerti se visitare "Urbino ventoso", scelta pascoliana per cui propendevano loro, o Recanati, patria di Giacomo Leopardi che era la mia proposta forte. La spuntai, ma me la fecero scontare. All'ingresso della villa dei conti Leopardi, il Mago un po' perché rimase stupito dell'ampio e sontuoso salone, un po' perché voleva far colpo sulla giovane e graziosa guida, se ne uscì con una battuta delle sue, pronunciata a mezza voce, ma in modo che tutti, guida compresa, potessero sentirla: «Certo qui Giacomino, gobbo 'un ci stava!». Ma non gli bastò, proseguendo la visita, quando giungemmo alla biblioteca e la guida ci spiegò che «qui i conti Leopardi custodivano una raccolta dei più importanti libri, contenenti il sapere del tempo», il Mago, alla vista di quegli scaffali con i preziosi volumi impilati in ordine, osservò: «Era gente precisa!». E strizzò l'occhio alla guida che per tutta risposta gli buttò un'occhiataccia nel cui raggio visivo comprese anche noi.

Per parte sua la Pera non volle essere da meno. Nel parco, sullo sfondo del mitico monte Tabor, il caro "ermo colle", vicino alla famosa siepe che "da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude" dietro cui Giacomo Leopardi, sedendo e mirando, scrisse "L'Infinito", la Pera si mise ad alzarsi ed abbassarsi, prendendo platealmente, a braccia, le misure. «Ma come faceva a non vede' l'orizzonte? Era basso forte! Ma gli bastava tirassi un po' su...». E di rimando: «Qui la scepre 'un è mi'a tanto alta...» confermava il Mago. Naturalmente questa scenetta si svolse davanti agli esterrefatti visitatori e turisti. E così mi rovinarono tutta la poesia emanata da quei luoghi: era meglio se si andava ad "Urbino ventoso" a "mettere", con le dovute virgolette, l'aquilone, ma lasciamo perdere. Di quel viaggio ricordo che il Mago, per motivi che non dirò, era tristissimo, ma poi, come si è visto, si riprese e ricordo anche un’altra cosa. All’andata, quando fummo verso sera nei pressi di Amandola, nelle Marche, la Pera volle scendere dalla macchina e si mise a correre nei campi, poi sparì dietro una macchia e tornò. Aveva una strana euforia, disse che quella era la sua terra, la sua aria e io pensai che bel nome per un paese: “Amandola”. Ma non era un gerundio, viene da mandorla, in dialetto fermano “la mannola”, un frutto prezioso ed amaro.

Il Mago si laureò, diventò dottore in chimica e s'impiegò presso il laboratorio analisi dell'Ospedale. E fu bravo, una bella persona, per bene, socialmente e politicamente coerente e sopratutto cara e gentile. Continuo a non sapere cosa unisce gli uomini, ma si sa bene cosa li allontana: la vita stessa. La vita ci divise, come divide tutto e tutti. Io mi sposai, ebbi figli, mi separa e ho avuto altre convivenze, altri affetti. Anche la Pera si sposò, ebbe un figlio, è stato professore fino alla pensione. Raramente ci incontriamo. Sempre meno. Pure il professor Fiumalbi, detto Cignale, è pensionato ed è diventato un valente scrittore. Anche con il Mago non ci vedevamo quasi più, ognuno seguiva il suo corso nel chiuso della propria esistenza e di ciò che viene o rimane dopo la giovinezza. Lui restò giovanotto per sempre, almeno all'anagrafe, morì giovane, nel duemila, all'età di cinquantatré anni, per un tumore alla testa. Quel male se lo prese e ce lo portò via. Non lo volli vedere soffrire, per paura e per una sorta di autismo sentimentale che mi prende in questi casi, come fu per mia madre: andai poco a trovarlo, quasi mai. Altri amici, più capaci, lo fecero, ne vegliarono la fine, non io. Io stetti a lungo in silenzio, in piedi accanto al suo cadavere, già composto nella cassa da morto. Sorrideva per sempre. Si chiamava Massimo, Massimo Magozzi.

Quando vado al cimitero sulla tomba dei miei genitori, faccio sempre una scappata anche dal Mago. Quest'anno non mi era riuscito trovarlo e allora ho chiesto al custode. Ha consultato un quaderno e mi ha detto che era già stato esumato. Sono passati quindici anni e a me pare ieri che era ancora vivo. I suoi resti sono stati messi in un ossario, in alto, con il nome e il cognome incisi nel marmo. Ma senza la foto tombale, solarizzata e virata in azzurro che lo ritraeva con quel suo sorriso accennato, un po' a prenderci in giro: noi e tutta questa vita.

E chissà perché della vita delle persone alle quali vogliamo bene ci restano questi tratti minori, queste gesta da poco, queste buffe, insignificanti cose. Comunque le ho descritte per averle vissute o per gli amici che me le hanno raccontate, facendole diventare anche mie. Ho fatto del mio meglio. Dice che a scrivere si perdono i contatti con la realtà e non ce lo possiamo permettere. E io questa cosa non so nemmeno se sia vera o giusta, ma lasciamo perdere.

Pontedera, 14 maggio 2015

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Ciabàro

Ho riesumato questi vecchi scritti perché pochi giorni fa Arduino Peretti, detto la Pera, professore di scienze in pensione, è morto. A 73 anni lascia un mondo di affetti, la cara moglie, il figlio, la nuora, il nipotino, la sorella. E le arnie, era un provetto apicultore. In ultimo ha lasciato anche noi. Degli antichi frequentatori del vecchio Bar La Posta rimaniamo pochi ancora in vita della nostra classe di età. Duccio, il Mezzo, il Mago, Maurino e ora La Pera se ne sono andati. Il Bar è frequentato da altri: giovani come fummo noi, con la novità delle donne che al tempo ci erano precluse. Ora è semichiuso o semiaperto per il Covid, prima della pandemia faceva anche ristorante. Restiamo Toni, il Cignale, il Vitt e il sottoscritto. Alioscia, divenuto proprietario dopo la morte del padre Pinolo, ha passato la mano al fratello minore Paolino. E di noi chi si ricorda più. Ci si vede raramente, quasi mai, ci si sente come sopravvissuti. La Posta era l’unico Bar che aveva l’abbonamento, oltre che ai giornali locali, a L’Unità e noi eravamo e siamo rimasti -chi un po’ di più, chi un po’ di meno- tutti di sinistra. Un merito, in fondo, almeno per noi e speriamo non solo per noi. Ma lasciamo perdere.

Molti, oltre i già citati, erano i detti della Pera, alcuni irripetibili, ma la frase più bella e memorabile era questa: «L’omo nella vita deve essere anche un po’ ciabaro». Più che una frase, un monito, un insegnamento. Non si sa, nessuno l’ha mai saputo, cosa volesse dire “ciabaro”. Interrogato la Pera rispondeva: «ciabaro!». Con un inflessione della voce, una risata e una speata di sigaro toscano che erano la spiegazione. Il Mago, più in sintonia con la Pera -erano inseparabili- spiegava che ciabaro era un uomo rude, ma non rozzo, rustico, ma non ignorante, trascurato, ma non cialtrone, non lisciato. Insomma «ciabaro», anche lui alla fine sentenziava. E poi, attenzione, uno doveva essere «anche un po’» ciabaro -non del tutto e non sempre- e ciò stava a dire che c’è una misura, un giusto equilibrio nell’esserlo che conferisce al termine il suo valore di merito. “Ciabaro” avrebbe meritato la Treccani, come e ancor di più di “petaloso” che in fondo è ben spiegabile: molti petali, petaloso. Ciabaro invece era un neologismo integrale, scaturito dalla genialità della Pera, non risultava termine desunto o derivato dal dialetto toscano e nemmeno marchigiano. Ciabaro è ciabaro, si spiega solo come tautologia ed “essere ciabaro” è il principe dei ragionamenti apodittici, che si definiscono da sé. Hanno nel loro stesso termine indeterminatezza e significato. Si completano da soli, senza bisogno di altra spiegazione.

La Pera nella bara sembrava che dormisse, magari pensava. Oppure era già a veglia con il Mago, che, a presa di giro, gli diceva, imitando il marchigiano: «Ardui’, te se messa ‘a maglia de lana?». E io sono rimasto lì a guardarlo, composto nella morte, circondato dai suoi cari ed ero un intruso in casa di altri, di sera e pensavo che Arduino, per una questione di rispetto, meritava migliori ricordi di questi beceri e scanzonati che mi venivano a mente in memoria di una sconfitta gioventù. Eppure, in fondo, per tutta la vita ho cercato di essere “un po’ ciabaro”, come diceva la Pera, ma chissà se ci sono riuscito. Lasciamo perdere.

Marco Celati

Pontedera, 22 Marzo 2021

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In una rarissima foto d’epoca: la Pera, il Mago e Toni, pensieroso, a casa di Duccio, un fine anno di un secolo fa.

Chi poi volesse e proprio non avesse di meglio da fare, può vedere “Ciabàro”, pubblicato anni addietro su questo stesso blog da Qui News Valdera.

Marco Celati

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