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Sabato 12 Settembre 2026

DISINCANTATO — il Blog di Adolfo Santoro

Adolfo Santoro

Vivo all’Elba ed ho lavorato per più di 40 anni come psichiatra; dal 1991 al 2017 sono stato primario e dirigente di secondo livello. Dal 2017 sono in pensione e ho continuato a ricevere persone in crisi alla ricerca della propria autenticità. Ho tenuto numerosi gruppi ed ho preso in carico individualmente e con la famiglia persone anche con problematiche psicosomatiche (cancro, malattie autoimmuni, allergie, cefalee, ipertensione arteriosa, fibromialgia) o con problematiche nevrotiche o psicotiche. Da anni ascolto le persone in crisi gratuitamente perché ritengo che c’è un limite all’avidità.

​Può Portoferraio diventare una città-spugna contro le inondazioni?

di Adolfo Santoro - Sabato 12 Settembre 2026 ore 08:00

È bastato un acquazzone, oltretutto di breve durata, il primo dopo mesi di siccità, perché Portoferraio sia stata trasformata di nuovo in una piccola Venezia: strade allagate, disagi, paure, i cittadini a spalare l’acqua. Dall’alluvione dello scorso anno l’immobilismo regna sovrano: i fondi e i contributi della Protezione Civile sono stati stanziati, ma restano inutilizzati. In compenso si sprecano fondi per i fuochi d’artificio e per altre banalità, che appaiono come mezzi di distrazione di massa.

Altrove il problema delle inondazioni è stato brillantemente risolto trasformando la città in una città-spugna (Sponge City)

Le tecnologie adottate nell’ambito delle Sponge Cities si fondano sul principio dello sviluppo a basso impatto (LID - Low Impact Development) e si dividono in diverse categorie mirate a intercettare, rallentare, filtrare e riutilizzare l’acqua direttamente dove cade:

- sistemi di bio-ritenzione e giardini della pioggia (Rain Gardens): sono aiuole ribassate rispetto al piano stradale, riempite con strati filtranti di ghiaia, sabbia e terriccio e piantumate con specie vegetali resistenti ai ristagni; catturano il deflusso di tetti e strade, rallentandolo e trattenendo i metalli pesanti e gli inquinanti prima che penetrino nel suolo;

- pavimentazioni permeabili e idro-reattive: comprendono asfalto poroso, calcestruzzo drenante o masselli autobloccanti interamente studiati per consentire all’acqua di filtrare rapidamente nel terreno sottostante, evitando pozzanghere e ruscellamenti superficiali violenti; alcune varianti avanzate riescono a drenare oltre cento litri al minuto per metro quadro;

- tetti verdi (Green Roofs): la copertura degli edifici viene trasformata in un giardino pensile multistrato; la vegetazione e il substrato fertile trattengono una percentuale elevatissima di acqua piovana (fino al 50-80% a seconda dell’intensità della pioggia), che evapora lentamente riducendo il carico sulle fognature e isolando termicamente l’edificio;

- zone umide artificiali e bacini di bio-filtrazione (Constructed Wetlands): grandi aree naturalistiche progettate per imitare gli ecosistemi palustri naturali; svolgono una duplice funzione: fungono da volani idraulici per accumulare enormi volumi d’acqua durante le piogge torrenziali e utilizzano piante acquatiche e microrganismi per depurare naturalmente le acque di ruscellamento;

- canali inerbiti e fossati di infiltrazione (Bioswales): canali superficiali poco profondi e coperti di vegetazione che sostituiscono i tradizionali collettori in cemento; guidano l’acqua piovana lungo percorsi naturali rallentandone la velocità di scorrimento e favorendone l'infiltrazione graduale nel terreno;

- infrastrutture di monitoraggio smart e stoccaggio sotterraneo: reti di sensori IoT dislocate nel sottosuolo che misurano costantemente i livelli di falda, la saturazione del terreno e i flussi idrici; in caso di forti precipitazioni, convogliano automaticamente l’acqua in eccesso verso cisterne di accumulo sotterranee per usi successivi (irrigazione o pulizia urbana).

Il modello delle Sponge Cities è uscito dalla fase puramente teorica e trova applicazione in decine di metropoli globali, soprattutto in Cina — dove il governo ha lanciato un programma nazionale ufficiale coinvolgendone inizialmente circa 30 tra cui Wuhan, Xiamen, Shenzhen e Shanghai (con Lingang) — ma con importanti progetti pilota anche in Europa e nel mondo (come il Cloudburst Management Plan di Copenaghen o i piani di gestione idrica a Rotterdam).

Le principali città pioniere sono Shanghai (il distretto di Lingang è uno dei laboratori più estesi al mondo per l’integrazione di pavimentazioni porose, tetti verdi e zone umide su scala urbana), Wuhan (detta la città dei cento laghi: dopo i gravi allagamenti del 2016 ha riconvertito intere aree urbane, parchi e persino i progetti di grandi complessi commerciali in enormi sistemi di bio-ritenzione e invasi sotterranei), Copenaghen (dopo la devastante alluvione del 2011, ha rivoluzionato l’urbanistica convertendo piazze e parchi in bacini di laminazione temporanei, i Water Squares, capaci di riempirsi d’acqua durante le bombe d’acqua senza danneggiare edifici o infrastrutture), Shenzhen e Xiamen (utilizzano massicciamente corridoi ecologici e tetti vegetati per gestire i carichi di pioggia legati ai tifoni stagionali).

A Wuhan e Xiamen, i primi interventi mirati hanno permesso di eliminare o mitigare oltre il 70-80% dei punti neri storicamente soggetti a criticità e allagamenti cronici durante i nubifragi. Il piano del governo cinese stabilisce che entro il 2030 l’80% delle aree urbane delle città designate dovrà soddisfare i requisiti di spugnosità, trattenendo e riutilizzando almeno il 70% dell'acqua piovana. Secondo i dati della Global Commission on Adaptation, investire in infrastrutture verdi e basate sulla natura offre un ritorno economico stimato di 4 a 1 in termini di danni evitati da inondazioni e riduzione dei costi energetici, risultando in media il 50% più economiche rispetto al rinforzo esclusivo di barriere in cemento (infrastrutture grigie). Nelle aree densamente edificate riconvertite a parchi spugna e tetti verdi, si registrano cali della temperatura superficiale estiva che variano dai 2°C ai 4°C, riducendo drasticamente l’effetto isola di calore urbana e i consumi energetici per la climatizzazione.

Può Portoferraio diventare una sponge city?

La morfologia di Portoferraio, caratterizzata da un nucleo storico fortificato su un promontorio, aree portuali pianeggianti e zone collinari circostanti, richiederebbe un progetto articolato:

1. nel waterfront e nelle aree portuali usare pavimentazioni drenanti con sostituzione dell’asfalto impermeabile nelle zone di transito dei traghetti e nei parcheggi vicini al mare con blocchi autobloccanti porosi e calcestruzzo drenante, per evitare ristagni durante le mareggiate o i forti temporali; creare canali di bio-ritenzione lungo le arterie di accesso alla città per intercettare l’acqua piovana in arrivo dalle colline prima che si riversi a cascata verso il centro storico e le banchine;

2. nel centro storico mediceo sfruttare i tetti piani o a basso impatto visivo degli edifici moderni o delle strutture commerciali per installare tetti verdi leggeri; all’interno delle corti e delle piazze storiche, inserire aiuole ribassate nascoste per favorire l’infiltrazione locale; recuperare e riattivate le antiche cisterne ipogee e i sistemi di raccolta sotterranei presenti fin dall’epoca dei Medici modernizzandoli con sensori smart per accumulare l’acqua piovana pulita da usare per la pulizia urbana e l’irrigazione estiva;

3. nelle valli periferiche e nelle zone umide trasformare i terreni liberi o i margini dei torrenti che scendono verso il golfo in vere e proprie zone umide artificiali e parchi spugna multifunzionali; realizzare invasi naturali o bacini di accumulo sotterranei nelle zone di raccolta delle acque collinari, il che permetterebbe di trattenere i picchi di piena durante i violenti nubifragi autunnali, evitando allagamenti nelle zone basse, e di conservare preziosa risorsa idrica da destinare all’agricoltura locale e alla ricarica della falda durante i mesi secchi estivi, riducendo la dipendenza dai dissalatori o dai trasporti d’acqua via nave.

Le colline circostanti rappresentano il nodo idraulico più critico per Portoferraio. Durante i nubifragi intensi, i pendii ripidi agiscono come rampe di lancio per enormi volumi d’acqua che, scendendo a valle senza ostacoli naturali o barriere drenanti, acquistano una forza d’urto devastante, travolgendo strade, allagando i quartieri bassi e riversando detriti nel golfo; occorre perciò una strategia di ingegneria naturalistica basata su tre linee di difesa principali:

- terrazzamenti verdi e bioingegneria forestale: ricostruire e rinforzare i pendii con tecniche di bioingegneria (come palificate di legno vivo, geostuoie vegetate e ripristino dei muretti a secco tradizionali), il che non solo stabilizza il terreno impedendo frane e smottamenti, ma trasforma il versante in una vera e propria spugna vegetale capace di rallentare drasticamente la corsa dell’acqua alla fonte;

- fossati di guardia e bioswales a mezza costa: creare canali di scolo inerbiti che seguono le curve di livello della collina: invece di far correre l’acqua dritta verso il basso, questi fossati la intercettano e la costringono a scorrere lateralmente a velocità ridotta, favorendone l’infiltrazione graduale nel terreno prima che acquisti energia cinetica.

- bacini di laminazione e dighe filtranti ai piedi dei pendii: installare piccole vasche di accumulo o briglie filtranti nei punti in cui la collina incontra la pianura o i quartieri residenziali periferici; questi invasi temporanei accolgono i picchi di piena durante le bombe d’acqua, trattenendo fango e detriti, e rilasciano l’acqua lentamente verso la rete fognaria o i pozzi di ricarica della falda.

Per quanto riguarda le zone a valle che si allagano costantemente - via Carducci, via Manganaro, via Cacciò - occorre un intervento radicale di riconfigurazione dello spazio pubblico:

- sostituire l’asfalto con pavimentazioni drenanti ad alta capacità: asfalto poroso o masselli autobloccanti drenanti, il che permette di assorbire istantaneamente la pioggia battente, evitando che l’acqua formi lenti di scorrimento superficiale che trasformano le strade in fiumi in piena;

- eliminare i vecchi marciapiedi impermeabili costruendo fossati laterali verdi (Bioswales) e aiuole di bio-ritenzione lungo i margini di Via Carducci e Via Manganaro, dove lo spazio lo consente, ricavando canali di bio-ritenzione ribassati e coperti di vegetazione autoctona; questi fossati lineari intercettano l’acqua in uscita dai tetti e dai cortili privati, rallentandone drasticamente la velocità prima che si accumuli a valle.

A ciò si aggiunga che nel porto di Portoferraio non è presente una stazione mareografica fissa e continua di primario livello inserita nella rete nazionale ufficiale (come quelle gestite da ISPRA lungo le coste maggiori). Il monitoraggio locale si affida prevalentemente a bollettini meteomarini previsionali, stime meteorologiche generali per il Mar Tirreno e a rilievi occasionali o legati alla gestione ordinaria dell’Autorità Portuale e della Capitaneria di Porto, rendendo l’area parzialmente scoperta rispetto al monitoraggio scientifico in tempo reale dei trend di lungo periodo sul livello medio del mare. Il sistema di monitoraggio ideale, integrato e smart, dovrebbe essere composto da: a) stazione mareografica IoT a ultrasuoni o radar: questi dispositivi misurano istantaneamente la distanza tra la banchina e la superficie dell’acqua, registrando in tempo reale maree astronomiche, fluttuazioni barometriche e l’innalzamento progressivo dovuto al cambiamento climatico; b) boe ondametriche costiere: posizionare una piccola boa di rilevamento dello moto ondoso e dei venti appena fuori dal golfo di Portoferraio permette di anticipare l’arrivo di mareggiate anomale causate dai venti settentrionali o occidentali; c) piattaforma di allerta precoce (Early Warning) che colleghi i sensori marini alle reti di drenaggio sotterraneo costruite nella zona di Via Carducci: se un’ondata di maltempo coincide con l’alta marea o con il rigurgito del mare nelle condotte, il sistema può attivare automaticamente allerte per la protezione civile o chiudere le paratie di sicurezza prima che l’acqua invada il centro urbano.

Altro che fuochi d’artificio, ruote panoramiche, concorsi di bellezza e premi sportivi: la prima cosa è la salute, sia per i portoferraiesi, che per Portoferraio! 

Adolfo Santoro

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