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Venerdì 21 Agosto 2026

SORRIDENDO — il Blog di Nicola Belcari

Nicola Belcari

Ex prof. di Lettere e di Storia dell’arte, ex bibliotecario; ex giovane, ex sano come un pesce; dilettante di pittura e composizione artistica, giocatore di dama, con la passione per gli scacchi; amante della parola scritta

Modi di dire

di Nicola Belcari - Venerdì 21 Agosto 2026 ore 08:00

Prenderla con filosofia

Espressione ben nota non più sull’onda della moda che indica serena e pacifica rassegnazione nell’accettare un evento sfavorevole. O anche invita a comportarsi di buon animo nelle circostanze avverse.

Le persone colte pensavano che la filosofia fosse tirata in ballo a sproposito e soffrisse pure di una banalizzazione. In realtà il modo di dire fa riferimento a una particolare filosofia in voga nel V sec. a.C.: quella scettica, o pirroniana, dal nome del principale esponente vissuto nell’Elide, regione peloponnesiaca, tra l’altro della città di Pisa.

Gli appartenenti a questo filone sostenevano la sospensione del giudizio, l’impossibilità di raggiungere verità assolute, la difficoltà di distinguere l’utile dal dannoso, e così via.

Uno di costoro diceva: “non so di sapere di non sapere”, non sapeva di non sapere, senza sapere però; una doppia negazione che non diviene positiva. Gli episodi di vita degli scettici sembrano dar vita, tra maestri e discepoli a loro volta maestri, a una gara di coerenza con i principi della “scuola” nel mostrarsi impassibili, liberi da turbamenti e da passioni.

Un altro di questi per fare esempio non si curò di un conoscente caduto in un pantano; da scettico a cinico il passo è breve.

Si racconta, infine, che Aristippo di Cèvoli, un tardo epigono dalla Magna Grecia trasferito fra i Tirreni, sorpresa la moglie sulla kline congiunta ad un uomo in maniera inequivocabile, non batté ciglio. E in seguito dell’amante disse: “è un ladro che ha lasciato la refurtiva” (Nicola Belcari). Questo si chiama prenderla con filosofia!

Fatti i ca… tua

Fatti i ca… tua. Ecco un richiamo a tutelare i propri affari. L’espressione, di una povertà linguistica desolante, può tradire la rabbia e la frustrazione di chi si è ridotto a usarla. È una rinuncia a secoli di ricchezza lessicale per la tabula rasa di un brutale grido di un deserto comunicativo ridotto a tre elementi (per semplicità: a rigore sarebbero quattro sia con l’analisi grammaticale, c’è l’articolo, sia con l’analisi logica, c’è il soggetto sottinteso).

Il verbo (all’imperativo, un’aggravante) tra tutti il più generico.

Il nome dal gergo di caserma ormai sdoganato e ambisex, declinato al plurale. È spesso un’aggiunta superflua, un pleonasmo buono per tutte le situazioni e inflazionato che ha per scopo un’icastica efficacia. Ecco l’esempio con delle frasi nelle quali si potrebbe omettere: “che c… fai?” “dov’è questo c… di oggetto?”.

L’aggettivo possessivo in versione dialettale coerente con lo squallore dell’insieme. L’eleganza e la buona creanza consiglierebbero di tradurre la frase con una formulazione che invitasse a non occuparsi dei fatti altrui, così da rivelare un animo sereno dai modi delicati. È ovvio: si sta scherzando, io mi faccio i ca… mia e gli altri si facciano i ca… che gli pare.

Siccome tutte le cose hanno due facce, spesso opposte, la saggezza o a seconda dei casi, il semplice savoir faire sta nel distinguere l’occuparsi degli altri come meschina, o indiscreta, invadenza o gratuita curiosità o invece il lodevole prendersi cura del prossimo. Questa è l’humanitas ben riassunta nella formula: sono uomo e nulla di umano mi è estraneo (Terenzio).

Cosa pensare di un finale con tanti risvolti come quello del Candido di Voltaire? Il faut cultiver notre jardin (bisogna coltivare il nostro giardino). Il giardino non è l’orto (come a volte viene tradotto). Dobbiamo pensare a noi e alle nostre cose? È sfiducia nella possibilità di intervenire nelle vicende del mondo? È un’allusione a qualcosa di intimo è femminile come vuole un’antica metafora? O tutte queste e anche altre.

Nicola Belcari

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