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sabato 15 giugno 2024

LE PREGIATE PENNE — il Blog di Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi ha insegnato letteratura italiana all’ITAS “ Santoni” di Pisa fino alla pensione. Il suo esordio narrativo è stato nel 1975 con il romanzo "Testimone il vino" , ristampato nel 2023 sempre dalla Felici Editore, nel 1983 esce "Bailamme" (ristampato nel 2022 con Porto Seguro editore). Negli anni seguenti ha pubblicato come coautore “Le vie del meraviglioso” (Loescher,1966), “Il filo d’Arianna (ETS, 1999) e da solo “Cicli e tricicli” (ETS 2002), “Graaande …prof (ETS, 2005) e “Il baffo e la bestia” (ETS 2021). Ha curato l’antologia “Cento di questi sogni” (MdS, 2016) ed è direttore editoriale della collana di narrativa “Incipit” (ETS)

L’universo scuola: il racconto tragicomico di due superstiti

di Pierantonio Pardi - lunedì 03 giugno 2024 ore 08:00

Fino a un po’ di tempo fa, complice la mia connaturata e quasi fisiologica modestia, credevo di essere l’unico, in area toscana prima e pisana poi, ad aver scritto con Graaande …prof! (ETS, 2005) il romanzetto più divertente, dissacrante e tragicomico sulla scuola ed i suoi protagonisti. Poi, alcuni giorni fa, mi sono imbattuto in un libriccino dal titolo La scuola – come uscirne vivi (Pacini, 2023) di Stefano Renzoni, prof e storico dell’arte, e ho dovuto ricredermi e riformulare il mio giudizio, come il navigatore in auto, quando, con suono metallico, sibila: ricalcola. Posso quindi affermare, senza tema di smentita che, a tutt’ oggi, i libri più divertenti, istrionici, surreali, realistici e tragicomici sulla scuola con annessi e connessi, sono il mio e quello di Stefano Renzoni.

Sempre in area toscana prima e pisana poi; perché di libri più o meno divertenti ed istruttivi sulla scuola ne esistono altri, e potrei citare Ex cattedra di Domenico Starnone, La scuola raccontata al mio cane di Paola Mastrocola, Registro di classe di Sandro Onofri, Perché non sarò mai un insegnante di Gianfranco Giovannone, il Rosso e il blu di Marco Lodoli, Ehi prof di Frank Mc Court e infine l’osannato e super sopravvalutato Daniel Pennac con Diario di scuola. Ma tutti questi autori, ad eccezione di Giovannone, non sono toscani. Ho citato per ultimo Pennac, perché anche il libro di Renzoni è scritto sotto forma di diario in cui il prof riporta e commenta le varie fasi della vita di un docente (il Collegio, il Preside, la gita, i bidelli, gli studenti, i genitori, i corsi di aggiornamento etc .,.); ma, mentre leggendo questo libriccino si ride e spesso si riflette, leggendo quello di Pennac spesso e volentieri si sbadiglia e ci si annoia, anche se offre comunque spunti interessanti e originali.

E’ una gara persa in partenza quando i boriosi e supponenti cugini transalpini pensano di gareggiare con la vis comica toscana (ma poi cugini di chi?).

Io credo, ma potrò sbagliarmi, che sulla saga dei Malaussène, sempre di Pennac, ci abbia riso solo lui o qualche parente stretto.

Vado quindi a presentare questi due “libriccini”, iniziando da questa citazione Dall’universale al particolare, anche se in questo caso Aristotele non c’entra …

L’ introduzione del concetto di deduzione si deve ad Aristotele( 384 a.C.-322 a.C.), il quale la identificò sostanzialmente con il sillogismo. Da questa identificazione deriva l'interpretazione tradizionale, accettata fino ai tempi moderni, secondo la quale il procedimento di deduzione consente di partire da una legge universale per giungere a conclusioni particolari. Il procedimento contrario viene chiamato induzione, che viceversa muove dal particolare all'universale.

Ma, in questo caso, ho preso solo in prestito questa definizione, utilizzandola diversamente.

Mi spiego meglio: La scuola come uscirne vivi (Pacini Editore, 2023) di Stefano Renzoni è una zoomata a tutto tondo sul mondo della scuola e i suoi componenti, dove l’autore è narratore onnisciente a focalizzazione zero.

Questo, che Renzoni definisce un libretto di nugelle, è un divertentissimo, ironico e sarcastico pamphlet sull’universo scuola, descritto in modalità non politicamente corretta (per fortuna), ma icastica e realistica. E questo è appunto l’UNIVERSALE.

Il PARTICOLARE, invece, si riferisce ad una componente dell’universo scuola e quindi al protagonista di Graaande … prof! (ETS, 2005)scritto da me nell’ormai lontano 2005, che mette in scena Oreste, un prof. trasgressivo e originale, politicamente scorretto (per fortuna) che tenta di insegnare la letteratura a chi ne farebbe volentieri a meno. In questo romanzo avremo quindi una focalizzazione interna, dove il narratore “ne sa quanto i personaggi”, non conosce, cioè, in anticipo la spiegazione degli avvenimenti.

Ho usato, per definire il libro di Renzoni, il termine libriccino, come uso romanzetto quando parlo del mio, ma vorrei chiarire che questi sono diminutivi vezzeggiativi e non dispregiativi. Li uso volutamente perché i libri dei due sono brevi, ma condensano in poche pagine, l’essenza del mondo scolastico con tutti i pregi e i difetti di cui è ricco quel particolare e affascinante universo.

Ma adesso, bando alle ciance, e andiamo a raccontarli questi due libri.

Stefano Renzoni

La scuola come uscirne vivi

Inizio, come di consueto, dalla prefazione, scritta dall’autore:

Poi uno va in pensione e la sua vita professionale diventa improvvisamente passato, come una vicenda che rischia pesantemente di farsi elegia, e si finisce per interpretare le cose che ti circondano con l’occhio bagnato come quello dei cani, come una gioventù bella e perduta, che rende tutto commovente. Per carità, per qualcuno lo sguardo appannato sui nostri capelli neri e all’ombra delle fanciulle in fiore è quello che ci vuole: ero, facevo, dicevo … Per altri invece è l’inizio di una nuova fase della vita, breve e col fiato corto come deve essere quando si arriva da qualche parte, se sia la meta non so. Ma il modo peggiore è forse di coloro che, una volta in pensione, ricoprono di melassa e marzapane i buoni secoli andati, quelli sì davvero belli, e spargono qualcosa, che è bene non dire, sul presente. Quel che facevamo noi, come eravamo noi, adesso no, adesso è tutto brutto. E’ un modo per anestetizzare, forse, la malinconia della fine. Prendete la scuola, ad esempio. Anni fa, in una scuola famosa, insegnarono personaggi destinati a una carriera luminosa, e mi sono divertito a pensare a un consiglio di classe formato da Luigi Blasucci e da Claudio Magris, e a sorridere pensando ai genitori di oggi, che cosa gli avrebbero detto per un 5 in un tema o in un 4 a tedesco. E al preside, che bonariamente li avrebbe richiamati, per suggerirgli di abbassare le pretese, e con esse le penne.

Gli ultimi anni a scuola non sono stati facili, sebbene sia convinto che se l’Occidente è sopravvissuto alla caduta di Roma, e l’Oriente a quella di Bisanzio, sicuramente si troveranno altre chiavi, altri lessici, capaci di rilanciarne la vita con il destino degli uomini. Tuttavia una persona ha pure il diritto di essere vecchio e di sentirsi tale, e se uno ha questa consapevolezza, ecco, lì dentro comincia a starci malino. Inattualità, incomprensioni e la testa scossa sempre a destra e a manca, nei corridoi ad esempio, come uno che non si capacita, che non se ne fa una ragione. Di tutto quel vociare e di quegli affetti è rimasto muto. Qualche collega, ormai ex, con il quale, come si fa tra vecchi commilitoni, c’incontriamo di tanto in tanto in qualche cena per ripetere le stesse battute, gli stessi pettegolezzi. A ogni incontro si ride, ma ogni volta meno, sempre meno. Poi gli studenti, che per me che non ho mai avuto il culto dell’alunno in quanto tale, sono stati alla fine una bella risorsa. Ti aiutano in qualche modo a far finta di essere giovane, a rintronarti senza troppi sensi di colpa. Con molti sono rimasto in contatto, e con alcuni ho stabilito un rapporto affettuoso. Un manipolo di eroi ha addirittura fatto studi con scelte che forse sono dipese anche dalle mie lezioni, e di questo vado molto orgoglioso. Non so se sia la meglio gioventù, ma alla mia età siamo di facile accontentatura, e certi bimbi sono davvero al bacio. Quello che vi trovate tra le mani è il mio solito libretto di nugelle, ma non fatevi ingannare; dietro quelle bagatelle ci sono circa 40 anni di vita. (…)

E questi quarant’anni Renzoni ce li racconta descrivendo con un sarcasmo originale e dissacrante i momenti tipico – topici di questo microcosmo che dà il massimo o il minimo, a seconda dei punti di vista nel “Collegio docenti”, epitome tragicomica o bestiario surreale; ma vediamo come ce lo racconta il Nostro:

Il collegio è in genere l’arengo per i soliti 4/5 docenti, spesso di uomini soli e di malmaritate, che si accapigliano su cose assolutamente incomprensibili a ogni persona che abbia un minimo di senso comune: il PTOF, il POF, il piano di recupero, il piano di miglioramento, fino all’acme delle griglie di valutazione, che sono come l’ araba fenice di Metastasio: che esista ciascun dice (cosa) sia nessun lo sa: Insomma, a scuola se non si parla di piani sei uno sfigato. E te stai lì, ad alzare la mano più o meno a caso, sperando che tutto finisca presto, sotto quella gragnuola di proiettili degli acronimi, misteriosi, oscuri. Ma la vera tabe dei collegi è quella dei docenti, ce ne sono in tutte le scuole, che intervengono sempre e su qualsiasi cosa, parlando per delle ore, un flusso di coscienza estenuante che bisognerebbe tirargli qualcosa in testa. Quelli lì sono persone che in qualsiasi altro contesto del mondo verrebbero considerati come rompicoglioni o come i matti del paese, o presenze aliene (…) nei collegi invece no, anche se va detto, per onestà, che, a parte i 4/5 che vi dicevo nessuno mai nella vita li ascolta.

Poi, passando dall’Universale (il collegio) al particolare, Renzoni analizza e racconta i protagonisti, inquadrati in varie tipologie; c’è ad es. il prof, colto, reduce da una tesi di dottorato raffinatissima sulle aporie dello strutturalismo in Leonzio da Cabrera (abate marchigiano che per tutta la sua lunga vita si nutrì di caramelle digestive per sciogliere un voto) che si trova di botto a sentirsi dire che: il grande riformatore cinquecentesco era Don Matteo (VERO!) e che la Deposizione di Rosso Fiorentino si trova nella Paninoteca di Volterra (VERO!), e che un tempio famoso ad Atene era quello di Atena Nickel (VERO!), per finire con il Devid di Donatello (VERO!)

Poi ci sono anche momenti straordinari nella vita limacciosa e lenta della scuola; uno di questi è l’arrivo di una supplente giovane e “bona”. E’ un evento che viene così descritto:

Poi, all’improvviso, l’ingresso della supplente giovane e bona, così, a tradimento, senza che se ne sapesse qualcosa. E’ una coltellata, un sole all’improvviso come nella canzone, e mentre quella povera fanciulla che mette piede per la prima volta in una scuola si guarda circospetta, chiede permesso, ti si rivolge dandoti del lei, vedi i meglio galli del pollaio col buzzo e la pelata che cominciano a fare battutine, a rivolgerle la parola con frizzi e lazzi, e fanno gli splendidi. La supplente, che sarà giovane ma non scema, capisce subito in quale reusorio è capitata, e sorride come si sorride nelle corsie d’ospedale agli ammalati, e cerca invano un legno cui aggrapparsi in quel mare di stupidaggini.

Renzoni alterna sapientemente vari registri linguistici; in questo brano, ad esempio usa volutamente uno slang quasi vernacolare che sortisce da subito un irresistibile effetto comico. E’ uno stile, volutamente contaminato, che troviamo in molti altri passi ed è, di fatto, la sua cifra stilistica.

Renzoni ha pubblicato questo libro, una volta andato in pensione e la descrizione che fa del pensionato è una vera e propria chicca:

Una delle figure leggendarie della scuola è quella del professore pensionato. Appena pensionato, meglio. Ce ne sono di quelli che varcata la linea d’ombra della pensione non li rivedi più manco col cannocchiale, e se per caso li incontri fuori dalla scuola tirano dritto e ti dicono appena buongiorno. Poi ci sono quelli che in pensione lo sono sempre stati, anche quando lavoravano, e che non notano grandi cambiamenti (…) poi ci sono quelli che vanno in pensione perché hanno 103 anni, le hanno tentate tutte ma non c’è stato verso: a casa! Alcuni di questi fanno parte del gruppo delle persone sole o malmaritate (o malammogliate) che dal primo settembre non sanno dove sbattere la testa e ora con la crisi i cantieri non sono più tanti come una volta (…) questi allora te li rivedi a scuola un giorno sì e uno no con le scuse più inverosimili , che evocano quella pubblicità con quell’omino che si alza la notte per pisciare e si vergogna di dire che ha la prostata che non funziona (…) Poi il rito di passaggio della visita alle classi che l’insegnante ha lasciato: bussa timidamente, poi sempre più forte fino a quando non gli dicono: avanti. Entra esitante, fa capolino, e sfoggia un bel sorriso per i bimbi. Ciao ragazzi come va? Dice tutto felice, aspettandosi una ola. Fino a quando i famosi bimbi, alle prese con un compito l’ora dopo o con la bimba che li ha lasciati, alzano la testa e sembrano dirgli: guà ci mancavi solo te! Gelo assoluto, qualche sorriso di circostanza e via. Due minuti, e il pensionato se ne va, pensando a quale ramo impiccarsi.

E’ un susseguirsi di quadretti esilaranti e purtroppo non è possibile riportarli tutti; si va dai bidelli il cui lavoro consiste in questo: apertura portone, (…) fissità assoluta nel vuoto, intervallata a caso da frasi dette in automatico tipo: “boni bimbi”; “zitti bimbi”, “non sporcate bimbi”. Cose così. Poi,alla fine delle lezioni, li vedi scattare tutti come un sol uomo e, con la ramazza e il mocio in mano, correre verso le classi loro assegnate per spazzare e pulire. Il loro lavoro si riduce in fondo a questa corsa pazza nell’ultima ora prima che la scuola chiuda.

Per poi passare in rassegna varie tipologie di studenti e professori fino ad arrivare al momento clou, al cllmax, rappresentato dal ricevimento generale paragonato ad una trincea dove compaiono i veri grandi antagonisti di noi insegnanti: i genitori!

E qui, Renzoni si sbizzarrisce descrivendo quella sorta di bolgia dantesca, un’orgia di no c’ero prima io, e di motti di spirito lungo i corridoi rivolti ai docenti che è un piacere: maledetto, quella merda, ora mi sente (…) fino a quella mamma che, parlando con il Renzoni che le ha appena detto che il suo bimbo non studia se ne esce con: sì, professore ha ragione, glielo dico sempre: a Storia dell’arte non c’è da capire nulla, c’è solo da studiare, non è come matematica o scienze che c’è tutto un ragionamento da fare, vero professore?

Che, tradotto, potrebbe significare che Storia dell’arte è una materia che anche un deficiente può capire, basta guardare le figure…

E di fronte a cotale genitrice, il perplesso Renzoni, che insegna appunto Storia dell’arte, non può che rispondere: Vero signora non c’è da capire nulla – e lei annuiva estasiata e orgogliosa, perfino complice -, ma quel poco lo faccia.

Renzoni individua e descrive ben nove tipologie di genitori (il genitore coltissimo, il genitore distratto, il genitore mannequin, il genitore con i soldi, il genitore con molti soldi, il genitore scambiato, il genitore ansioso, il genitore bellicoso, il genitore all’ultimo tuffo.)

Riporto solo un estratto da “Il genitore con molti soldi”, perché mi ricorda una scena del film “Il rosso e il blù” (2012) di Giuseppe Piccioni tratto dal romanzo di Marco Lodoli:

Lei caro professore lo so che guadagna poco, basta vedere come si veste, pare un allezzito (questo non lo disse ma dalle lastre che mi fece guardandomi sicuramente lo pensò), ma non può sfogare le sue frustrazioni su Kevin, che è un ragazzo ammodo e pieno di fie. Scommetto che lei è comunista, si vede che lo è, che ama quell’ideologia barbara che ha fatto più morti di tutti, senza contare le foibe, ma lei le foibe le spiega? Veramente io faccio Storia dell’Arte. Ecco, vede? Non le spiega, è ideologicamente avverso a mio figlio, a me, alla mia famiglia, al mio mondo, si dovrebbe vergognare.

Concludo con la quarta di copertina, dove con poche parole, Renzoni sintetizza il senso di questo libro:

La scuola è un luogo dove si può perfino ridere, specie se prendi molto sul serio il tuo lavoro, ma senza sentirti destinato a salvare l’umanità dalla catastrofe. E’ questo l’unico modo, alla fine, per uscirne in discreta forma. Nella scuola ci sono anche i colleghi, e qualcuno di essi si dice che sia adorabile e caro. Gli studenti fanno il loro e li perdoni comunque, ma i genitori quelli, no, di molti di loro bisognerebbe riparlarne, appena si saranno alzati dal lettino dello psicanalista. A scuola mi sono tanto arrabbiato, a volte sono rimasto deluso, ma il lavoro, credetemi, è il più bello del mondo.

Stefano Renzoni, con questo suo libriccino, ha condotto i lettori in un viaggio nei territori sconosciuti ai più della scuola, raccontando, senza infingimenti oleografici o retoriche deamicisiane e soprattutto senza l’insopportabile moda del politicamente corretto, il dietro le quinte di questo micromondo, svelandone con una vis comica originale e coinvolgente i protagonisti e gli antagonisti, le luci e le ombre. E posso dire, senza tema di smentite, che , nella narrativa italiana, questo è il primo libro che fotografa in modo realistico l’universo scolastico in tutte le sue componenti, perché, a raccontarcelo, è uno che di mestiere ha fatto l’insegnante e queste cose le ha vissute sulla propria pelle, non come tanti che scrivono sulla scuola con ebefrenici bla bla che dimostrano soltanto la loro siderale ignoranza verso quel mondo.

L’autore

Stefano Renzoni ha insegnato per molti anni in alcuni istituti scolastici cittadini, e da molti anni è consulente della Fondazione Pisa. Storico dell’arte, s’interessa principalmente, ma non esclusivamente, di arte pisana e toscana tra Settecento e Novecento, organizzando anche delle mostre. Recentemente ha scritto una monografia su Antonello da Messina. Altre sue pubblicazioni con Pacini Editore Bestiario pisano, Detti pisani.

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Pierantonio Pardi

Graaande … prof

Dalla prefazione di Daniele Luti:

Con Piero, siamo amici da molti anni, sodali insomma fin dalla Scuola, nel senso nobile del termine, vale a dire l’Università, anche se lui a Firenze ed io a Pisa, ma questa è davvero un’altra storia.

Fin dall’inizio, nonostante il mio temperamento caustico perché riservato, è stato un raccontare, un immaginare, un inventare, tanto per citare Pirandello, la verità.

L’affabulazione pardiana è un racconto ininterrotto, ricco di interessi, di improvvisi inabissamenti in labirinti espressivi giocati sul paradosso, l’enfasi, l’iperbole sempre bagnati nell’allargamento toscano con un occhio vigile ed attento alla cultura, nobile da noi, dell’osteria dove, non a caso, sono fioriti, nel corso del tempo, poeti dai pentimenti accademici ed araldici e fini dicitori, e alla postgrammatica di cui parla Contini a proposito del Pascoli dei Canti di Castelvecchio, per ottenere colore locale, per non congelare il fiume espressivo, benefico per gli altari spesso disattesi della fantasia.

Ogni tanto da questo oceano narrativo si innalzano delle vette, dei punti fermi, che poi sono i romanzi, nei quali sono contenuti quegli intenti polemici che giustificano e sono alla base della fatica dello scrivere di Piero.

Bailamme e Graaande….Prof, quindi, come verticalità di feconde praterie sulle quali, in genere, nomade si spazia il racconto di una vita.

L’ultimo romanzo, questo, è costruito attorno ad un insegnante solitario, Oreste, accompagnato sempre da un altro se stesso, Pilade (con il quale polemizza, discute e vince sempre, grazie alla dialettica spericolatamente enunciativa che attraversa lo specchio immobile, seppure scintillante, della trasparenza narcisistica del solito, pedante e razionale altro che è in lui, proprio come tanti altri cavalieri pazzi della letteratura nobile), e da un cane che sembra uscito dal pensiero mosso di Balla.

Siccome il protagonista, con il suo onanismo ideologico, i riti e le coazioni a ripetere, vive le noie del nostro tempo, potrebbe sembrare una proiezione antologica di una autobiografia personale e generazionale. Facile riconoscersi nei tic, nei desideri gonoidali del nostro, nella sua intemperanza, nei suoi fastidi e fallimenti. Ma non è così, perché Pardi, fermando spesso il suo racconto in modo da darci l’impressione di una immobilità che ha in sé tutte le potenzialità dell’atto, chiarisce subito di averci voluto raccontare, attraverso un simbolismo antropico, il destino della poesia e dell’arte. Quel professore non è vero, è solo una voce recitante, un grido disperato per l’autoemarginazione della fantasia intellettuale. Così si spiega

la tendenza dell’autore ad un monologare ipercritico, la sua voglia di estinguersi nelle realtà altre che lo circondano. Non a caso si ha quasi l’impressione che il protagonista, Oreste, viva solo nelle parole e, quindi, sia destinato a morire nel silenzio appena appena vibridato dallo sfogliarsi delle pagine.

Correva l’anno 2005 ed io stavo attraversando una forte crisi di identità. Intuivo che tra me e i miei studenti si era creato come una sorta di corto circuito. Cercavo con ogni mezzo di interessarli alla letteratura, ma loro apparivano assenti, abulici. Fu in quel periodo che mi venne in mente di inventarmi Oreste, un prof in crisi esistenziale, in perenne contrasto con tutto e tutti, un anarchico politicamente scorretto, innamorato della letteratura e degli alcolici, delle belle donne e della auto di grossa cilindrata, naturalmente usate. Siccome ero convinto che, alla base dell’abulia e del disinteresse dei miei studenti, ci fosse un disagio esistenziale legato all’età e ai contesti socio culturali ( lo tsunami social non era ancora esploso in tutta la sua virulenza) oltre che a un’effettiva mancanza di comunicazione, volevo dimostrare con questo romanzetto che anche un adulto può entrare in crisi di brutto e cercare la strada per uscirne.

In realtà, alla base del progetto, c’era anche un ragionamento utilitaristico; dato che la scrittura è terapeutica, , vediamo un po’ – mi dissi -- se, in questo modo, si risparmiano i soldi per lo strizzacervelli. Poi, l’idea era quella di fare adottare il libro ai miei studenti e confrontarmi con loro, perché in quelle pagine ci avrei messo di tutto: la cultura, il lavoro, le frustrazioni, la politica (c’era Berlusconi), i sentimenti, un po’ di sesso… shakerando il tutto in salsa tragicomica.

L’idea di fondo era quello di raccontare in chiave parodistica o tragica o cabarettistica il mondo della scuola, ma non in maniera oleografica e un po’ ruffiana alla “Attimo fuggente” o oscenamente retorica alla libro “Cuore” di De Amicis e quindi, convinto che i ragazzi sono interessati alle storie, più che alla storia, mi dissi, ve la racconto io la storia di un prof sfigato, un ex. Uno che non vuole scrivere un romanzo e, mentre lo dice, lo sta scrivendo, uno che non sa che raccontare e intanto qualcosa racconta, uno che vive con un cane di nome Fidel e un gatto che si chiama Ernesto a cui dà da bere birra, insomma uno che non ha certezze, non dà soluzioni perché è fragile e incasinato (lo ha lasciato anche la moglie) come tanti ragazzi con la differenza che lui è un prof.

Ecco perché ho voluto dedicare questo libro a Franti il “cattivo” del libro “Cuore”, che, come il giovane Holden, o Tom Sawyer o Huck Finn o all’archetipo di tutti, Lazzarillo de Tormes, era uno fuori dagli schemi. Oggi, in didattichese, si direbbe un soggetto a rischio, un potenziale “disperso”. Ho voluto mostrare agli studenti che quando la scuola esce dai suoi confini di gesso, quando i prof, alcuni almeno, ritornano nel loro privato, le incertezze, i problemi, le ansie, le gioie, diventano un terreno comune, senza paternalismi e/o patetismi e che questo può essere ancora “il migliore dei mondi possibili” come diceva Candide.

Ecco perché ho teatralizzato Oreste, un po’ Cecco Angiolieri, un po’ Amleto, perché ho usato spesso un linguaggio “basso” nell’accezione che Rabelais dava al suo Gargantua, perché Oreste, nelle sue utopie, finisce per somigliare a Don Chisciotte e perché a Oreste ho affiancato un alter ego, Pilade, antagonista e complice a seconda delle circostanze.

Ma, andiamolo a conoscere questo prof, quando, dopo aver giocato a biliardo da solo, ritorna mestamente a casa:

La strada che porta alla mia casa è stretta e buia. Prima di arrivarci devo entrare in una corte dove altre case scalcinate si guardano in cagnesco. Una piccola luce gialla crea un riverbero spettrale sulla porta, quasi un’ombra. Tiro fuori la grande chiave nera di ferro ed entro come un demone nei miei incubi domestici. Bevo un bicchiere di vino e mi accendo una sigaretta mentre Ernesto e Fidel (cane e gatto nda) mangiano la strana pastura che ho preparato loro aggiungendovi un po’ di brandy. Ho notato che, dopo il pasto, i due iniziano a duettare in modo originale e questo mi diverte, mi ricorda quel ciccione, sì quello che suda come un porco e si asciuga il sudore con un lenzuolo matrimoniale…

Estraggo dal cassetto il mio moleskine nero, tolgo il cappuccio alla Mont blanc (sono un esteta) ed inizio a scrivere la seconda sgangherata pagina di un romanzo che non pubblicherò mai. Ma qualcosa devo fare in attesa del sonno. Voglio scrivere un romanzo alla Svevo, la storia di un inetto, di un fallito…insomma una cosa tristissima, angosciosa, ma con un pizzico di ironia. Una storia che nessuno ha mai scritto; impresa difficile in un paese con 45 milioni di scrittori…

In realtà, poi, il sonno non arriverà e Oreste deciderà di passare una nottataccia brava che, però non vi racconto.

Svaniti i postumi di una sbornia colossale, il pensiero di Oreste corre al lunedì, giorno in cui dovrà ritornare a scuola.

Stamani è domenica, il frigo è vuoto e non so che fare. Le campane suonano. Forse c’è un matrimonio. Ecco potrei andare, mimetizzarmi tra gli invitati, mangiare come un porco, sodomizzare la sposa, tra un brindisi e l’altro e poi eclissarmi come Zorro.

Basta con questi deliri ! Prepariamo la lezione per domani…Leopardi. Il gobbaccio, come lo chiamano i miei studenti. Ma loro sono pragmatici. Proporre a loro la poesia è come insegnare a un nano a giocare a basket o portare un eschimese a Tunisi. Loro sono categorici: Pascoli si sparava le pippe e scopava la sorella, D’Annunzio era un mandrillo, Pasolini un frocio… Loro della letteratura ne farebbero volentieri a meno ed io farei volentieri a meno di loro, ma devo sopravvivere. E poi sono un nostalgico. Pensa, dico sempre a Carlotta, una mia studentessa carina e deficiente, tu farai la cassiera alla COOP, ma potrai declamare Sempre cara mi fu questa bustina che nelle mani di lei signora, porgo, ma contando e sbagliando infiniti sbadigli io sul mio volto dipingo…. E così dico a Diego, un allupato cronico, fulminato sulla via delle tette, pensa, quando sarai sull’impalcatura di un palazzo a fare il muratore potrai declamare per la gioia dei tuoi sodali D’in sulla vetta dell’impalcatura passera solitaria nella strada scorgo e quindi più mi sporgo….

Insomma la letteratura gli sarà d’aiuto

Sto riportando per intero alcune sequenze del libro per aiutare chi leggerà ad entrare dentro il personaggio Oreste, a conoscere il suo disincanto, il suo sarcasmo, la sua autoironia che non si limita soltanto a criticare e demonizzare in modo grottesco certe situazioni. La sua visione cinica del mondo spazia anche su altri orizzonti: sui divieti di fumo, sulla pubblicità demenziale, sugli amici rivisti dopo anni e resi insopportabili nelle nuove gabbie che si sono costruiti, sulla politica dove domina LUI, l’unto del Signore e dove Oreste, ex sessantottino, si sente sempre più emarginato e frustrato e sugli amori, quelli perduti e quelli incontrati per caso, proprio con una supplente malmaritata con un politico di Forza Italia dove anche il sesso diventa un’utopia, perché, quando, dopo una cenetta intima riesce finalmente a portare Arianna (la supplente) in camera da letto, ecco che succede l’imponderabile.

Varchiamo la soglia della camera e ci spogliamo come nei film, freneticamente, i respiri sono sempre più affannosi, i vestiti volano nella stanza, ci tuffiamo sul letto, stiamo per….quando Lo vedo.

E’ illuminato dalla flebile luce dell’ abat jour, ma è lui…Nooo !!! Non è possibile ! Sto sognando.

Sopra la testata del letto, attaccata alla parete, una gigantografia di Berlusconi in costume, al mare davanti alla sua villa in Sardegna. Ha le mani sui fianchi e mi sorride.

Ovviamente l’infausta visione produrrà effetti di irreversibile catastrofe a livello del priapo e non vi anticipo il resto. Ma è la scuola, il chiodo fisso di Oreste ed è al rientro a scuola che pensa spesso, specialmente la domenica sera, prima di addormentarsi. Poi , in mancanza di un gallo, suona la sveglia

La sveglia è atroce: ore 8.00.

Non ho corn flakes, né altri merendini afrodisiaci che rendono così allegri quei deficienti delle pubblicità televisive che, all' alba, sono già ipercinetici come se avessero sniffato coca per tutta la notte. Mogli che entrano in cucina, vestite da odalische, si aggirano sinuose intorno al frigo che è il paese di Bengodi, mariti estasiati di fronte a tazze fumanti, bambini smaniosi di andare a scuola e tutti sono già, ovviamente, docciati, profumati e perfetti.

No, io mi limito a prepararmi un caffè. Fumo una sigaretta e via verso il Bronx.

Ho preso la sana abitudine di arrivare in ritardo ben consapevole di non provocare per questo ansie o tremori nei miei giovani allievi.

Da un po’ di tempo le aule somigliano ai pub; si entra e si esce in qualsiasi momento, sui banchi stazionano telefonini, lattine di Coca Cola, patatine Pai, pacchetti di sigarette….

Entro con passo messicano nella mia quinta: vuota !

Mi affaccio alla finestra e vedo i miei studenti stravaccati sull’erba del giardino che fumano, rollano , telefonano, flirtano…

Dopo alcune imprecazioni non proprio ortodosse riesco a farli ritornare in classe.

- Prof. s’è svegliato male stamattina ? (prima voce)

- Come potrei svegliarmi bene, sapendo che devo incontrarvi ?

- Prof. interroga o spiega ? (seconda voce)

- Sono entrambe operazioni prive di senso, comunque interrogo.

- Prof. io mi giustifico (terza, quarta, quinta voce)

Ad uno è morta la nonna (la terza quest’anno), l’altra ieri è caduta dal motorino, l’ultimo ha avuto una colica addominale.

Interrogo proprio loro.

Mentre ascolto con una noia indefinibile i loro conati fonetici, guardo l’ora e penso a quei film americani, quelli, per intenderci, dove si vede il prof. che parla di Whitman ad una classe multietnica che lo ascolta in religioso silenzio. Ecco, lui ha parlato per tre secondi e poi DRIIN.. suona la campana e lui congeda tutti raccomandandosi che si preparino per l'indomani e tutti, in maniera composta e deferente, lo salutano ed escono disciplinatamente dall’aula…Good morning teacher.. good morning mister Smith…

Qui invece la campanella non suona mai e quando suona si verifica un evento strano simile alla dissolvenza; un secondo prima ci sono, dopo scomparsi…dissolti, sfumati, desaparecidos…

Devo sbrigarmi perché le custodi, solitamente intente in corsi di meditazione zen o di contemplazione del niente nel corso della mattina, diventano missili dopo il suono fatidico e infatti alle 13.08 (il suono è stato avvertito alle 13.05) la scuola è già chiusa, abbandonata. Motorini che sfrecciano, urla, cachinni, orde di barbari che fuggono dopo il saccheggio, sgommano, impennano, smanettano.

Bene, mi fermo qui, perché penso di avervi dato l’idea di quello che incontrerete leggendo questo libriccino.

Oreste, alla fine, finisce per subire il fascino dei suoi giovani studenti, la sregolata incoscienza delle loro esistenze, le gioie improvvise come i pianti repentini, la loro disarmante ingenuità, il loro desiderio di tenerezza mascherato dalla strafottenza, dal ribellismo formale, dal turpiloquio esibito come marca di maturità, la loro disinteressata generosità.

Questo non è un libro autobiografico; Oreste mi somiglia un po’, ma non sono io. Però in lui ho proiettato molto di me e, nonostante sia in pensione dal 2015 e questo libro sia stato scritto ben 18 anni fa, se dovessi riscriverlo oggi, non cambierei neppure una virgola, convinto comunque, e in questo sono d’accordo con Stefano Renzoni che quello dell’insegnante sia il mestiere più bello del mondo.

L’autore

Pierantonio Pardi ha insegnato, prima della pensione, letteratura italiana all’ITAS Gambacorti – Santoni di Pisa. Ha esordito nella narrativa con “Testimone il vino” (1975) ristampato dalla Felici edizioni nel 2023, in seguito ha pubblicato Bailamme (1983) ristampato da Portoseguro nel 2022, ha pubblicato come coautore “Le vie del meraviglioso” (Loescher,1996), “Il Filo d’Arianna” (ETS,1999) e da autore “Cicli e tricicli” (ETS, 2002), “Graande ...prof” (ETS, 2005), “Il baffo e la bestia” (ETS, 2021 “Erotiche alchimie” (ETS, 2024) . Ha curato per MDS l’antologia “Cento di questi sogni” (2016). Dirige per ETS, insieme a Daniele Luti, dal 2002 la collana di narrativa “Incipit”. E’ autore del testo teatrale “Zibaldone esistenziale” performance del gruppo Teatro e Cittadinanza Liberi di … a cura di Fabrizio Cassanelli e Letizia Pardi. E’ titolare dal 2022 del blog “Le pregiate penne” su QUInews - Toscana Media

Pierantonio Pardi

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