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venerdì 20 luglio 2018

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga. Su Facebook è Marina de Caro

Imprevisti di vita milonghera

di Maria Caruso - venerdì 30 marzo 2018 ore 19:42

Nel tango così come nella vita può sempre capitare qualcosa di inaspettato oppure un contrattempo imprevedibile che alle volte però, se presi con filosofia, possono trasformare una normale serata di tango, in qualcosa da ricordare nel tempo, con il sorriso sulle labbra. Dopo quanto mi è capitato sono arrivata alla conclusione che nel tango o si ride o si o balla!! 

Vi racconto pertanto cosa è accaduto. Andiamo a ballare, io e la mia amica in una milonga già da noi frequentata, in un locale famoso della costa, più per apericena e musica di altro genere che per il tango. Arrivate per tempo, ci accomodiamo nei posti assegnati dall’organizzatore e aspettiamo il buffet. Prima di poter accedere al cibo esposto nei vassoi, abbiamo dovuto aspettare che i problemi di connessione al PC della cassa, fossero risolti poiché la signorina al bancone, imbarazzata ci dice: “Non possiamo aprire il buffet se non facciamo lo scontrino!”. Mi guardo intorno, siamo quattro gatti poteva benissimo tenere i conti a mente e l’indispensabile foglietto di carta chimica, farcelo avere in un secondo momento, visto che non avevamo intenzione di scappare ma piuttosto, di rimanere a ballare. Capisco che però non tutti applicano il problem solving. Beh niente di che, possiamo aspettare. Pertanto calziamo le nostre scarpe da tango e diamo il via alle danze, con il cappotto per la prima tanda, per il troppo freddo. 

Tutto si svolge un po’ a rilento. La musica è inaspettatamente perfetta e niente delude le nostre previsioni su quest’aspetto se non fosse però che ogni tanto, l’impianto spara un rumore micidiale, dando l’impressione che da un momento all’altro, generi un corto circuito, disturbando notevolmente i tangueri. “Per fortuna almeno apparentemente, nessuno ha il cuore fragile questa sera”, penso fra me. Man mano arrivano altri ballerini fino alla completa definizione delle squadre scese in campo che determineranno l’andamento della serata. Le milongas sono frequentate da tangueros e questi non sono tutti uguali. 

La scacchiera, infatti, si riempie di Alfieri, Torri, Pedoni, ecc., formando due fazioni ben distinte: I figli dei fiori che si “danno” e i figli del Colonnello che non si danno. I primi ovviamente non ballano con i secondi. Insomma tutti “maccarruni” per dirla in dialetto siculo. I pochi tangueri presenti non appartenenti a nessuna delle due fazioni, mirano invano sia i figli dei fiori sia i figli del Colonnello ma devono accontentarsi di ballare con persone già collaudate, conosciute e con le quali lo hanno già fatto, poiché l’ebbrezza della novità non è molto gradita dai presenti. Non è inusuale trovarsi in queste situazioni in milonga. 

Si continua a ballare ma il pavimento ad un certo punto, ahimè, diventa sempre più impraticabile poiché l’umidità prende il sopravvento e diventa difficile essere fluidi e pivotare. A un certo punto si avvicina a noi, un ballerino che aveva ballato con me una delle tande iniziali con l’intenzione di invitarmi di nuovo. In realtà noi avevamo già ballato in passato ma lui non ne aveva memoria ma la cosa non mi stupisce. Si accomoda nel divanetto vicino a noi e mi dice: “Ti posso invitare di nuovo per un’altra tanda?”. Ed io: “Si certo!”. Si esprime preoccupato nel suo proseguire: “Però balliamo un tango lineare!”. Lo guardo con un sopracciglio inarcato, intendendo comunque cosa volesse fare ma rispondo: “Io seguo il ballerino, balla come vuoi!”. E lui per giustificarsi, riprende: “Non si riesce a fare i pivot per cui te l’ho detto per prevenire!”. Al che io rispondo ironicamente: “Si tranquillo, io lavoro alla prevenzione!”. Con un sospiro di sollievo, lui mi dice: “Meno male, allora sai cosa vuol dire…!”. Beh facciamo la successiva tanda con tanta camminata. 

Alle donne cari uomini tangueri, se fatta bene, può anche bastare. L’uomo, al secondo brano della tanda però, dimentico del pavimento, esegue invece ciò che la musica le impone di fare e lascia da parte la sua iniziale intenzione. Succede molto spesso ai tangueri di cambiare idea lasciandosi trasportare delle note del tango!. Il tango rapisce e cattura le sue prede ponendole al centro della sua ragnatela ed esse non possono, difatti, fare a meno di assecondare il loro sentire, se vogliono uscirne vivi. 

A fine tanda il nostro caro amico una volta tornato a sedere vicino a me ed alla mia amica, ci propone poi di cambiare milonga e di andare da qualche altra parte ma essendo tutte molto distanti da noi, decidiamo di rimanere li. Con il senno di poi mentre scrivo, penso: “Meglio così, altrimenti non avrei riso tanto! Difatti il “meglio” è successo dopo!”

Per l’occasione avevo indossato un vestito nero in pizzo a doppio strato, con tanto di coda, purtroppo però ogni tanto, lo strascico traforato s’impigliava con la scarpa ignorando il mio tentativo di starci attenta. Gli inviti e le tande, ad ogni modo, si susseguono una dopo l’altra. Tra i tanti cavalieri, un giovane ragazzo, durante la cortina, momento in cui non si dovrebbe partire in quarta con l’invito, poiché non sai quale brano sarà messo dal musicalizador, mi si avvicina con l’idea di invitarmi a ballare. Sorpresa!. Tango Nuevo!. Lui esprimendo il suo disappunto, pensando forse a un mio rifiuto, mi dice, una volta davanti a me: “Tango Nuevo .. ahi.. lo balli?”. Rispondo: “Eccome no! Vamos!”. 

La musica è molto bella, foriera di un’interpretazione senza pari, coinvolgendo entrambi in un tango appassionato, eseguito nota su nota, con ogni movenza voluta, esaltata, dovuta, in onore di Piazzolla. Ahimè, più volte, sul più bello, il pizzo del mio vestito e il tacco della scarpa entravano in collisione legandosi in maniera inscindibile, al punto di doverci ogni volta fermare, per sbrogliare la matassa. Alla terza volta che riaccade l’inghippo, mi scappa detto a voce, un pensiero: “Mi sembra di fare il coitus interruptus…”. Lui divertito mi guarda e mi risponde: “Ma non abbiamo ancora terminato… possiamo ancora continuare a ballare!”. Riprendendo l’abbraccio e la connessione, gli rispondo divertita: “Hai ragione non hai ancora finito!”. 

Le nostre risate accompagnano le note della melodia, alla faccia di chi pensa che il tango sia un pensiero triste che si balla. Ma chi lo avrà mai detto?. Penso tra un brano e l’altro: “Il vestito sarà tutto ovviamente da risistemare… ma poco importa…questo è il male minore. Ah ah!”. Il nuovo brano della tanda ci coglie con il sorriso sulle labbra, sicuri che nulla più interferirà sul nostro sentire, fino alla fine della musica. 

A un certo punto succede l’imprevedibile: perdo un accessorio molto personale. Oddio!. La ricerca affannosa tra i piedi dei ballerini e il ritiro del materiale da cestinare è stata così rapida che fortunatamente in pochi se ne sono accorti. Mai successo di non rimpiangere la scarsa luce come in questo caso, in cui è stata veramente una panacea. Il ragazzo mi guarda divertito e dice: “Succede!!”. Io non commento, non è il caso. Considerando quanto mi era successo fino ad allora e, prima della fine della serata, visto che gli altri ballerini presenti, non mi avrebbero invitata, mi tolgo le scarpe e metto gli stivali. 

Le note di una milonga mi fanno rimpiangere di averlo fatto, poiché è troppo perfetta, per lasciarla andare. Di fronte a me, un giovane e bravo ballerino, con il quale avevo già ballato, è una tentazione troppo forte, per non prenderla in considerazione. Mi dico: “Non posso lasciarlo andare!. Decido così di mirarlo, consapevole delle mie scarpe poco adatte. Lui risponde di si con il cabeceo. Per correttezza prima di farlo alzare gli mostro gli stivali indicandoli con le mani. Lui dice da seduto, alzando le braccia in segno di resa e con il disappunto sul viso, come a dire: “Allora no… peccato!”. Per tutta risposta gli sorrido e con un cenno lo invito ancora ad avvicinarsi intendendo: “Fa niente…!”. 

Appena mi sta davanti esordisco come battuta iniziale prima di cominciare a ballare: “Se tu hai ballato la cumparsita con me in ciabatte, io posso ballare con te una milonga con gli stivali”, ricordando una sera in cui questo era veramente successo. Si apre il sipario sul palcoscenico: Si balla…!. Che meraviglia!. Il ragazzo è una garanzia. Ci siamo divertiti tantissimo, a parte il mio fiato corto, perché raffreddatissima. Che dire… forse non è stata la classica milonga del sabato sera ma tornando a casa, io e la mia amica, continuavamo a ridere per quanto accaduto. Ridere come ballare, fa bene allo spirito. L’ideale sarebbe poter sempre, gioire e ballare al tempo stesso!!!.

Maria Caruso

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